Si fa presto a dire “rifiuto”: ecco come è cambiata la normativa

Si fa presto a dire “rifiuto”: ecco come è cambiata la normativa

La parola “rifiuto” è ormai di uso comune, soprattutto da quando è cresciuta la sensibilità ambientale da parte dei cittadini. Ma cosa si intende, normativamente, oggi per “rifiuto urbano”? Ad aver cambiato molte cose è il d.lgs. 116/2020, che in attuazione della direttiva (UE) 2018/851 relativa ai rifiuti, ha riscritto gli articoli 183 e 184 del Testo Unico dell’Ambiente. Il decreto, in particolare, ha modificato la definizione di rifiuto urbano ed eliminato la categoria dei rifiuti speciali assimilabili agli urbani.

Oltre ai rifiuti derivanti dallo spazzamento stradale o giacenti su strade, aree pubbliche o private comunque soggette ad uso pubblico, delle spiagge e rifiuti derivanti dalla manutenzione del verde pubblico si aggiungono alla nuova definizione anche i rifiuti derivanti dallo svuotamento dei cestini portarifiuti.

Dunque, dal 1° gennaio 2021 la categoria dei rifiuti urbani si espande comprendendo ex lege, oltre ai classici rifiuti domestici, i rifiuti a loro simili per natura e composizione. A tal fine la lettera b-ter) del comma 1 del nuovo 183 TUA riconosce quali rifiuti urbani: “i rifiuti indifferenziati e da raccolta differenziata provenienti da altre fonti che sono simili per natura e composizione ai rifiuti domestici indicati nell’allegato L-quater prodotti dalle attivita’ riportate nell’allegato L-quinquies”.

Qui il link per consultare il decreto

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